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Ultimo aggiornamento: 15/06/2010 alle ore 11:37
SPETTACOLO: DA FRIENDS ALLA COPERTINA DI GQ..SENZA VELI

Active Image  Il New York Post: le foto bollenti? Colpa di una carriera che non va proprio a gonfie vele.

NEW YORK - Jennifer Aniston senza veli sulla copertina di GQ. «Jennifer mostra tutto» titola la pagina di gossip del New York Post dedicata all’attrice ex eroina di Friends. E in effetti la Aniston, fin qui una delle più discrete e «coperte» attrici americane, posa quasi completamente nuda (o meglio con addosso solo una patriottica cravatta a righe rosse, bianche e blu) sull'ultimo numero dell’edizione americana del mensile GQ. La copertina del mensile ha fatto immediatamente discutere. Niente di eccessivo: foto sexy, senza esagerazioni e senza mostrare troppo. Ma la svolta viene notata e commentata. Forse per il fatto che la sua carriera di attrice in questo periodo non va proprio a gonfie vele, ironizza con malizia il tabloid newyorkese, la bella Jennifer non avrebbe di meglio da fare che dedicarsi a foto «bollenti».

IO, BRAD E ANGELINA? TRIANGOLO DELLE BERMUDA»- Nel servizio la Aniston definisce la sua relazione con l’ex marito Brad Pitt e la nuova compagna del bellone di Hollywood, Angelina Jolie, un «insano triangolo delle Bermuda». «La cosa divertente è che la gente non si rende conto che noi andiamo tutti insieme al mare agli Hamptons nel fine settimana», scherza l’attrice. Jennifer afferma nell’intervista di non sentire i suoi 39 anni, ma di essere anzi più a proprio agio oggi di quanto non lo fosse a 20 o 30 anni: «Sono più salutista, e sono più in pace con me stessa, sia nella mente che nel corpo». L'ex signora Pitt non è particolarmente calorosa nei confronti del prestante Brad, dal quale si è separata quattro anni fa. «Tra noi - confessa - esiste uno scambio, ci sentiamo se c’è qualcosa per cui congratularci o da celebrare, ma non abbiamo alcuna responsabilità reciproca». (corsera)

 
SANDRA MONDAINI DICE ADDIO ALLE SCENE

Active Image Se una grande donna di spettacolo non esita a diventare Sbirulino, significa che è una grande donna. Zia Sandra, coniugata Vianello, questo semplicemente è: una personalità così forte e così viva, più viva che diva, da non esitare mai a ridersi addosso, mentre fuori il mondo pullula di gente che si prende penosamente sul serio.

Nel momento dell'addio al set, imposto dalla «vasculite, dolorosa infiammazione ai muscoli che mi tiene in carrozzella da tre anni», molte cose si possono dire a questa intramontabile ragazza italiana. Ci sta la gratitudine commossa dei suoi datori di lavoro, che ne ricordano le scelte coraggiose e i meriti professionali. Ci sta l'affetto del pubblico nazionalpopolare, che è sommessamente invecchiato seguendo dal tinello di casa - lui buttando l'occhio oltre il giornale, lei stirando camicie lise ai figli - le semplici storie dei coniugi bisticcioni. E ci sta pure il riconoscimento ufficiale degli storici tv, che certamente non potranno negare alla bellicosa coppia un ruolo centrale nella lunga evoluzione dell’epopea catodica. Ma oltre a tutto questo, che sa di bilancio artistico, qualcos'altro andrebbe detto guardando negli occhi la zia. Riavvolgendo il filo della memoria, io le ricorderei innanzitutto quando era una bella ragazza della prima televisione in bianco e nero. Sul serio, zia Sandra: anche tu, prima della Cuccarini e molto prima della Ventura, hai vissuto una bellissima stagione da fidanzata d'Italia. Quando poi hai sposato zio Raimondo, sei diventata la moglie d'Italia. Infine, nell'autunno della vita, ti abbiamo messo sul piedistallo dove troneggiano le zie più simpatiche e più amate dell'intera famiglia (se non sei diventata nonna e suocera d'Italia, è solo perchè non hai mai assunto le due nobili cariche). Lasciatelo dire, da noi nipoti cresciuti fino ai primi capelli bianchi: sia quando eri un bel pezzo di figliola capace di farci girare la testa, sia quando sei passata alla fase matura della piacente tardona, sia quando infine sei assurta al nobile ruolo di sciura, in te non abbiamo notato mai cambiamenti. Sono arrivate le rughe, sono mutati i ruoli, ma attraverso tutta una lunga vita e tutta un'eterna carriera abbiamo sempre contemplato lo stesso spirito d'autentica signora. È vero, forse non sei mai diventata materia per il revisionismo radical-chic. Questo specialissimo movimento culturale ha preferito rielaborare, fino a sdoganarli come aristocratiche icone, gli Alvaro Vitali e le Edwige Fenech. Tu, zia Sandra, forse hai pagato questa tua manìa di giocarti sempre addosso, sopra le intemperie dei tempi e delle congiunture, sopra le mode e le convenienze, talmente sopra da scendere tranquillamente fino al livello più basso dello Sbirulino, senza dedicare mai una parte del tuo tempo alle relazioni nei salotti giusti. Difatti, da quelle moquettes ti arriverà al massimo il riconoscimento di regina della televisione commerciale, sottolineando molto il «commerciale». Che vuoi farci: da noi funziona così. Ma siamo sicuri che per te non è un problema. Non proverai sensi di colpa. La tua superiorità sta nell'aver trovato una tua propria via verso la pace e verso la saggezza, fatte di semplicità e disincanto, di scetticismo e senso dell'umorismo. Per quanto ci riguarda, noi nipoti ormai diventati padri, zii e pure nonni, abbiamo ammirato il coraggio con cui hai affrontato il dolore e le angosce delle malattie. Sei riuscita a farlo persino con ironia, il che dimostra una vecchia idea di Victor Hugo: e cioè che ironia derivi dal termine inglese «iron», acciaio, perché ironia e acciaio sono entrambi materiali forti e indistruttibili, in grado di resistere a qualunque sollecitazione. Tra i meriti che dobbiamo riconoscerti, però, ce n'è uno particolarissimo e personalissimo. Per tutta la vita, sei rimasta al fianco di zio Raimondo, subendone le angherie e i sarcasmi, in uno studiato gioco dei ruoli che ha fatto storia. Si dice che dietro a un grande uomo c'è sempre una grande donna: tu sei una delle poche che rendono reversibile, come un impermeabile griffato, l'antico detto. Guardandovi, si potrebbe tranquillamente dire anche il contrario, e cioè che dietro a una grande donna c'è un grande uomo. In realtà, il vostro segreto è tutto diverso: nel vostro quadro familiare, non c'è un davanti e un dietro. Semplicemente, siete accanto. Tutto questo, in un ambiente dove divetti e soubrettine si prendono e si lasciano come cambi di biancheria, fa di voi due splendidi anticonformisti. Uno strambo ed eccentrico modello. Senza spacciare tante parole impegnative e tanti sermoni morali. Sì, cara zia Sandra: nel conformismo della coppia che scoppia, grande conquista del Novecento, con zio Raimondo hai dimostrato che insieme si può. Si può cavalcare l'onda alta del successo e si può lottare nella polvere scura del dolore, senza perdersi di vista. Prendendovi un po' in giro, avete nascosto e protetto il grande amore dietro al sorriso. (ilgiornale)

 
RAIDUE CENSURA ALCUNE SCENE DI "BROCKEBACK MOUNTAIN",E' BUFERA

Active Image Tagliate le scene di amore del film "I segreti di Brokeback Mountain". Arcigay: «Favoriscono l'omofobia». Grillini: «Ora lo rimandino in onda» .

TORINO Proteste dal mondo gay per la censura di Raidue sulla messa in onda ieri sera dei Segreti di Brokeback Mountain, il film di Ang Lee che racconta la drammatica passione amorosa tra due uomini, due cowboy del Wyoming. Alcune scene di baci e molti riferimenti omoerotici sono stati tagliati dal film Leone d’oro a Venezia, tre Oscar nel 2006 e 4 Golden Globe, al punto da rendelo, secondo molti spettatori, praticamente incomprensibile. «Vogliamo sapere - ha detto Aurelio Mancuso presidente nazionale Arcigay - chi ha deciso di trasmettere ieri sera su Raidue il film con vistosi tagli da censura anni ’50. Chi si è permesso di pensare che il pubblico adulto non avrebbe potuto sopportare i baci e le effusioni tra due uomini? Chiediamo al Direttore di Raidue e al Presidente della Rai di spiegare pubblicamente ciò che è avvenuto. Chiediamo alla Commissione di Vigilanza della Rai di intervenire, perchè il servizio pubblico televisivo non può in alcun modo favorire l’omofobia dilagante in questo paese. Chiediamo, infine, che come gesto riparatore il film sia al più presto riprogrammato in versione integrale». L’Aduc, l’associazione Diritti utenti e consumatori, nel solidarizzare con l’Arcigay («una censura indegna anche se ormai non sorprendente, e che non offende solo l’arte cinematografica e chi ha a cuore i diritti civili, ma tutti quei contribuenti che continuano a pagare una tassa per tenere in vita questa indegna tv di Stato») indica come risposta per i cittadini indignati di aderire alla campagna "Disdici il canone Rai". E l’on.Franco Grillini, presidente di Gaynet, Associazione omosessuale d’informazione chiede che «la Rai lo rimandi in onda». Nel ricordare l’emozione della sala grande a Venezia alla prima mondiale, Grillini s’indigna: «Ciò che emoziona in quel film sono proprio le scene di affetto che Raidue ha brutalmente tagliato, stravolgendo il senso del film. E' un fatto che la dice lunga sull’attuale clima culturale». Poi l'appello: «Serve un gesto riparatore: il film va rimandato in onda in versione integrale». Reagisce anche la politica. «È grottesco che la Rai in un film che ha vinto svariati premi internazionali, e che non ricadrebbe, neppure a forza, sotto la scure della porno tax del governo, censuri scene analoghe a quelle contenute nella grande parte dei film e delle fiction trasmesse dalla concessionaria pubblica in prima serata», accusa Benedetto Della Vedova, Presidente dei Riformatori Liberali e deputato Pdl. «Se la censura de "I segreti di Brokeback Mountain" non è stata motivata dalla natura "hard" delle scene, ma dalla natura omosessuale della relazione rappresentata (considerata "pornograficà di per se") usciremmo dai confini del grottesco e entreremmo in quelli dell’accanimento discriminatorio». Poi l'affondo: «Tagliare un film di questo genere, per ragioni di questo genere, è molto peggio che non trasmetterlo. È il caso che il Presidente della Rai Petruccioli risponda a questi interrogativi e spieghi le scelte della concessionaria pubblica», conclude Della Vedova. (lastampa)

 
NICOLE KIDMAN E LA SUA "AUSTRALIA"

Active Image ROMA - Incontrare Nicole Kidman è sempre un evento: bellissima, intelligente, spesso impegnata in ruoli forti, l'attrice non delude la platea. Eppure oggi - per la prima volta, in anni di conferenze stampa italiane, qui nella capitale o alla Mostra di Venezia - la diva, presentando il filmone romantico-epico Australia, appare assai diversa. Così laconica, così scostante, così palesemente irritata (malgrado qualche stanco sorriso di circostanza), da sembrare quasi irriconoscibile. Glissa su molte domande, ad altre rifiuta di rispondere. Si accende solo quando ammette che il kolossal - ambientato nel suo Paese in cui è nata e in cui risiede, agli albori della Seconda guerra mondiale - le assomiglia, così come la terra in cui è stato girato: "La mia Australia è davvero così - dichiara - romantica e selvaggia. Come noi australiani, con la nostra profonda capacità di amare e di credere". O quando, a margine dell'incontro, parla della sua recente maternità: "Restare incinta a 41 anni, mentre giravo questo film, ti suscita più voglia di vivere. Voglia di riuscire a vedere i figli dei tuoi figli".

IMMAGINI FUORI E DENTRO IL SET Al di là di questi sprazzi, però, c'è poco o nulla. E così la conferenza stampa che doveva avere lei come grande protagonista - così come il suo personaggio è il centro assoluto della pellicola - viene monopolizzata dal regista Baz Luhrmann (che l'ha già diretta in Moulin Rouge), uno che di cose da dire ne ha molte, e dal suo partner cinematografico, Hugh Jackman, più loquace e disponibile. Forse a giocare un brutto tiro alla Kidman è la stanchezza: con i due suoi compagni d'avventura, Nicole è impegnata in un megatour promozionale, che la porta a Roma solo per poche ore. Subito dopo tappa a Madrid, e poi ritorno a Londra, dove sta girando Nine. Remake in chiave musicale del felliniano Otto e 1/2, diretto dal Rob Marshall di Chicago. O forse, a contrariare la diva, è la performance non proprio esaltante che Australia - una sorta di Via col vento degli antipodi, secondo la definizione dello stesso regista - sta avendo, sia in patria che negli Usa: come ammette Luhrmann, nel loro paese d'origine anche "i critici lo hanno preso così così". E sembra - ma questo è puro gossip - che la stessa Nicola sia rimasta delusa dalla versione finale del film. Da qui, forse, parte del suo malumore.

IL TRAILER SU TROVACINEMA Eppure, Australia offre una di quelle figure femminili forti, complesse, a tutto tondo, assolute protagoniste, per cui le attrici di solito vanno matte. Il personaggio principale è quello di un'aristocratica inglese, che a un certo punto si trasferisce in Australia sulle tracce di un marito fedifrago e non amato. Giunta in quell'immenso Paese (siamo a inizi anni Quaranta del '900) la donna conosce il Mandriano (Hugh Jackman), cowboy locale rude agli antipodi della sua idea di raffinatezza. Ma i due, per motivi diversi, si alleano, per portare a termine una missione impossibile: trasportare una enorme mandria per un vastissimo territorio, allo scopo di salvare la tenuta di famiglia di lei. Un percorso che li cambierà per sempre, facendo nascere l'amore. Anche per la presenza di un bambino aborigeno mezzosangue, di cui decidono di prendersi cura. Finché la Seconda guerra mondiale non porterà le bombe pure sui cieli australiani... "Questo film - spiega Luhrmann - mi ricorda quando da bambino, nel piccolo villaggio in cui abitavo, mio padre per un periodo gestì un cinema: trasmetteva sempre Via col vento o Lawrence d'Arabia... opere complete, che contengono la commedia, l'amore, l'azione, l'avventura. Tutto in una sola pellicola: una sorta di grande banchetto cinematografico, adatto dai bambini agli anziani. Oggi invece si fanno o commedie o thriller o drammi, per poterli vendere a uno specifico target. E così, dopo aver lavorato al progetto di un film su Alessandro Magno che poi è andato in fumo, ho deciso di tornare alle mie radici". E il risultato è, appunto, Australia. Film (nelle nostre sale dal 16 gennaio) che, per chi lo ha interpretato, ha rappresentato anche - come spiega la Kidman - "una lezione di storia, però molto divertente". "Ad esempio - prosegue l'attrice - ho toccato con mano la tragedia della generazione rubata (i bimbi aborigeni strappati alle famiglie e costretti a cambiare identità, ndr); e ho scoperto l'impatto che la guerra ebbe sul mio Paese". E Hugh Jackman concorda con lei: "Alcune tragedie come quella dei bambini le avevo studiate all'università, ma è una cosa è saperle intellettualmente, una cosa è farsi toccare dal cuore". Insomma, il trionfo dei buoni sentimenti. Anche se poi tutti e tre ammettono che realizzare un film del genere, con set piazzati in luoghi sperduti e abbandonati, non è stato affatto facile: "Abbiamo girato in posti lontani, remoti, distanti - conclude Jackman, che presto rivedremo nei panni di Wolverine - era come stare sulla Luna, o su Marte...". (repubblica)

 
ELIO E LE STORIE TESE RIFIUTA L'AMBROGINO D'ORO

Active Image No all'attestato di benemerenza che la band delle Storie Tese avrebbe dovuto ricevere domenica a Palazzo Marino.

MILANO - Il gran rifiuto è arrivato ieri via lettera. Gli «Elio e le storie tese», band che più milanese non si può, ringraziano e restituiscono al mittente l'attestato di benemerenza che avrebbero dovuto ricevere domenica a Palazzo Marino. No all'Ambrogino. Il motivo: «Non siamo d'accordo con la decisione di non assegnare la gran medaglia a Enzo Biagi e la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano». Messaggio al Comune. Con toni che partono piano e man mano diventano rock: «Abbiamo ricevuto il vostro invito alla cerimonia del 7 dicembre. Desideriamo in primo luogo ringraziare chi ha proposto il nostro nome (il leghista Matteo Salvini, ndr). Vi comunichiamo altresì che non intendiamo accettare la benemerenza». Spiegazione — il no a Biagi e Saviano — e la chiusa: «Come abbiamo fatto in questi vent'anni continueremo a rappresentare al meglio Milano, la città in cui siamo nati, viviamo e lavoriamo; che amiamo profondamente e che, proprio per questo, vorremmo vedere meglio trattata e rappresentata dalla sua amministrazione comunale». Storia tesa, quella a Palazzo. E la sonata arriva dritta al lumbard Salvini, «dispiaciuto» per il no degli «Eli». Il capogruppo della Lega in Comune continua: «Con questo rifiuto Elio si è prestato ai giochi della politica e delle contrapposizioni tra destra e sinistra». Peccato. Sarebbe stato rivoluzionario vedere premiata la band che ha cantato il Parco Sempione e la terra dei Cachi, che odia l'Expo, il restauro della Scala e ha un cruccio: quel bosco di Gioia «abbattuto per sempre». (cds)

 
PER COCAINA SI ARRIVA A SPENDERE PIU' 60% REDDITO
Active ImageROMA - Rovinarsi economicamente per poter comprare cocaina: è quello che succede a tante persone, che arrivano a spendere fino a più del 60% del loro reddito per procurarsi la polvere bianca. Ma per assicurarsi la sostanza non si è disposti a delinquere: se la disponibilità economica finisce, si smette o si cerca di smettere, magari rivolgendosi ai servizi. E' ciò che emerge da uno studio multicentrico dell'Osservatorio epidemiologico dipendenze patologiche della Ausl di Bologna, coordinato dal prof. Raimondo Maria Pavarin, presentato oggi nel corso di un convegno della Fict (federazione comunità terapeutiche). E' stato effettuato in 25 città italiane e 10 regioni, intervistando 3.409 persone di età compresa tra 15 e 50 anni, scelte a caso, e circa 500 utenti dei servizi con dipendenza da cocaina. Lo studio offre anche un quadro del mercato, che varia innanzitutto da regione a regione: un grammo di coca vale 62 euro in Calabria, 80 in Emilia Romagna e 64 nel Lazio. Ma il prezzo cambia anche rispetto alle condizioni dell'acquirente: un cocainomane la pagherà meno di chi la usa occasionalmente. Facendo una media del campione, ognuno ha consumato 87 dosi di cocaina in un anno e speso 1.450 euro al mese, il 33% del reddito disponibile. Il consumatore di cocaina, anche saltuario, ha mediamente un reddito più alto di quelli che usano altre sostanze (1.120 euro contro, ad esempio, i 740 euro di chi consuma alcol). E' uno sperimentatore e un curioso, e arriva alla coca passando solitamente per la marijuana, l'hashish e il popper. Il 75% di chi ha provato la coca smette (entro un anno dal primo uso), e di solito sono persone a basso reddito e timorose dei rischi legati all'assunzione. Da notare che le femmine iniziano prima dei maschi e per loro il primo approccio avviene perché la coca gli viene offerta da qualcuno, solitamente in situazioni di divertimento. Viene confermato il profilo lavorativo del consumatore - in gran parte lavoratori autonomi, professionisti e dirigenti - e la modalità di consumo: per lo più sniffata, talvolta fumata, raramente iniettata, anche se quest'ultima modalità è più diffusa tra i cocainomani. Emerge poi una differenza tra consumatori e dipendenti: se i primi la usano soprattutto insieme agli altri, i cocainomani lo fanno in solitudine, a casa, al lavoro o al bar. E il maggior rischio si ha dopo, quando escono e si mettono alla guida, spesso dopo aver anche bevuto alcolici (che prolungano l'effetto della cocaina). Chi fa un uso continuato di cocaina ha solitamente disponibilità economiche elevate (più di 2000 euro al mese) e una bassa percezione del rischio. Un paradosso: se per molti l'uso comincia perché finalizzato a essere più performanti sul lavoro, successivamente si lavora di più per potersela procurare. (ANSA)
 
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