Un kolossal nel cuore della Sicilia. Un romanzone popolare fatto di amori, tradimenti, sacrifici, dramma e commedia. Un’operazione industriale che s’innerva sull’artigianato. Una soap che non è una soap, non è un format straniero, e si declina con tecnica cinematografica. Tempi, numeri, investimenti, tutto è grande e grosso in Agrodolce, la nuova serie lunga, anzi lunghissima, di RaiEducational, la struttura diretta da Giovanni Minoli. Sarà in onda da settembre su Raitre, dopo Blob, e prima di Un posto al sole: per tre mesi, senza interruzioni pubblicitarie. L’immaginaria cittadina di Lumera è Porticello, frazione di Santa Flavia, le case affacciate sulla piccola baia di Santa Nicolicchia. Interni ricostruiti in una ex scuola, collina di Termini Imerese, 3000 mila metri quadrati. Lo scenografo Biagio Fersini e la sua squadra lavorano al progetto dall’aprile 2007, da luglio sono operativi sul posto, a metà novembre sono cominciate le riprese, già pronte 130 puntate. Diciotto attori protagonisti, di cui 15 siciliani, 170 attori secondari, 400 provini, 1500 comparse. Si alternano 15 sceneggiatori e 10 registi, quattro lavorano in parallelo: preparazione, interni, esterni, montaggio. Costo, 50-60 mila euro a puntata. Costo complessivo per il primo anno, 24 milioni di euro: 12 li mette la Rai, 12 la Regione Siciliana. La palestra della scuola è il salone di casa Altavilla: enorme, riproduzione precisa del tipico salone di un palazzo della nobiltà siciliana. Non a caso il trait d’union fra produzione e territorio è affidato a una giovane «aristo-pop» discendente dei Florio, Renée Cammarata. Arazzi, tappeti, dipinti, statue, giardini d’inverno, pavimenti, tutto è estremamente realistico: ci sono persino le mattonelle sbrecciate e corrose dall’uso. Nel ruolo del principe, un vero principe, Giuseppe Lanza di Scalea. Fersina e i suoi hanno girato per mercatini in cerca dei mobili, i falegnami hanno rifatto ove necessario. Lo stesso realismo si trova nell’appartamento dei ricchi borghesi, nelle case dei pescatori, dei bottegai, dell’insegnante, del commissario, al bar Fico d’India. Nella scelta dell’arredamento c’è una sorta di rappresentazione sociologica che identifica la classe di appartenenza. Né mancano il posto di polizia e l’ospedale. Ora i dottori stanno operando Rashid, poliziotto di origine magrebina: stop, azione, e vai col bisturi. La dimensione degli ambienti è davvero inconsueta per un set tv. Questi sembrano teatri di posa cinematografica: l’ampiezza permette movimenti di macchina altrimenti impensabili, l’uso di dolly e carrello. Anche il numero di esterni è inconsueto. L’audio è in presa diretta, e non è impastato. Dovrebbe essere la norma, ma i telespettatori sanno bene che non lo è. Una volta la settimana, Minoli va a Palermo, si rivede le puntate fresche fresche, insieme con Michele Zatta, il capo degli scrittori, con il produttore Alessandro Calosci, con Roberto Alaimo, supervisore ai dialoghi, con il regista di turno. Non necessariamente è buona la prima, il gruppo è capace di discutere a lungo sulla «scena della luna», a esempio, se sia o no sproporzionata. Se qualche attore non funziona, e pazienza se il treno è in corsa. Tutto questo è per certificare il suo potere, Minoli? «Potere io? Ma se sono emarginato, se mi hanno dato RaiEducational per mettermi in condizione di non nuocere». A parte che la marginalità dà libertà: la Rai la emargina e le consegna 12 milioni di euro? «Ha messo prima i soldi la Regione. A quel punto la Rai non poteva tirarsi indietro. Ha capito che questa è una industria strategica, fondamentale per tutta l’Italia». Chi l’ha capito, Saccà? Come sono i suoi rapporti con lui? «Buoni. Se sono vere le intercettazioni che ho letto, Saccà ascoltava tutti ma poi faceva di testa sua. E vinceva. Un’azienda che non decide per mesi, che dimentica il telespettatore, che non sa rinunciare a un po’ di share per risalire con la qualità, è un’azienda che non è in grado di fare il suo mestiere». Com’è potuto accadere? «E’ una lunga storia». Ma se la facessero direttore generale?: «Tranquilli, non mi fanno». Perché ha scelto proprio la Sicilia? «Perché ho trovato disponibilità. Poi perché avevo un debito di riconoscenza con Elvira Sellerio. Riconoscenza e affetto. Quando era nel cda Rai mi aiutò con Un posto al sole: fu l’unica, non ci credeva nessuno. Un posto al sole rilanciò la fiction italiana. Allora mi disse: "Poi verrai a fare qualcosa in Sicilia". Eccomi. La Sicilia è un ponte di civiltà lanciato verso il Mediterraneo, dove sta il nostro futuro. Con le infrastrutture dell’industria seriale che le si addicono per motivi storici, territoriali, geografici, artistici, la Sicilia potrebbe diventare la nuova Hollywood. Tutti parlano di servizio pubblico: qui lo stiamo facendo». Lei è sempre arrogante? «Sono arrogante se dico che il servizio pubblico è nelle catacombe? E che io voglio uscirne?». E’ venuto qualcuno della Rai a vedere quello che fate? «Nessuno». Neanche per controllare se si spendono bene i soldi pubblici? «Neanche». E’ perché si fidano? «No, perché se ne fregano del prodotto». Molti raccomandati? «Abbiamo fatto centinaia di provini, abbiamo scelto i più adatti». Problemi con la mafia? «No». No o non ancora? «Oh senta, speriamo né ora né mai».
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Prima uscita ufficiale per Manuelona Arcuri e il fidanzato Ezio Costantino. L'attrice di Latina ha portato il nuovo boyfriend alla festa dello yacht di lusso Azimut (dei cantieri di Viareggio) in quel di Palermo. Un po' infastiditi dalla presenza dei fotografi, i due si sono però lasciati immortalare l'uno accanto all'altro nel privè della discoteca. A tarda sera ha poi raggiunto la coppia Francesca, amica di Manuela nota alle cronache per quel bacio dato sul pancino alla mora più amata dagli italiani (qualcuno ha parlato di una relazione lesbo, qualcun'altro di un semplice gioco). E tutti e tre insieme hanno fatto le ore piccole, all'insegna del divertimento. Le foto di Manuerla Arcuri con il fidanzato Ezio e l'amica Francesca alla festa dello Yacht Azimut su GossipNews.
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Spesso la storia insegna più verità sul presente che sul passato. Le ragioni per cui il mito di Adriano non è mai stato tanto vivo quanto oggi non hanno se non parzialmente a che fare con la verità di ciò che questo grande ma controverso imperatore fu e fece. Succeduto a Traiano non senza ombre, fu il primo a invertire la tendenza a un’espansione mondiale dell’impero. Il suo karma politico, che probabilmente è uno degli aspetti che oggi ci attraggono in lui, fu, al contrario, quello di delimitare: il ritiro delle truppe dalla Mesopotamia, l’Iraq di oggi, la costruzione del Vallo, la grande muraglia fatta innalzare nel Nord dell’Inghilterra per delimitare il confine dell’impero e arginare i barbari della Caledonia, l’attuale Scozia. Furono solo due esempi della sua ossessione per il limes, dell’urgenza culturale e della pulsione quasi architettonica di misura e contenimento. Un’ansia attuale, che per lui trovò un’eco visiva nella Villa di Tivoli. Non tanto nel microcosmo imperiale reinventato e recintato, quanto in quel mirabile circuito di marmo, lungo un miglio esatto, che si incontra oggi al suo ingresso. Si dice che l’imperatore lo percorresse ogni giorno, se necessario discutendo con i suoi ministri, per essere certo di avere camminato abbastanza. Il suo culto per il corpo e la bellezza fisica aveva sicuramente a che fare con il suo preferire alla civiltà romana, cui apparteneva, l’antica paideia greca. Il suo estetismo, il misticismo pagano, anche l’omosessualità erano echi letterari di un’indistinta età dell’oro ellenica per cui l’anima antica provava una confusa nostalgia. «Animula vagula blandula / hospes comesque corporis» (piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo), poetava. Ma nessuno storico, né moderno né antico, ha mai schernito questi tratti in lui, come invece in Nerone. Anzi, la storiografia novecentesca — per non parlare della letteratura, con in testa il bestseller di Marguerite Yourcenar — li ha presi molto sul serio. Ha fatto di lui un’icona, quasi, del nostro tempo. Ci ha presentato un campione di tolleranza, fautore della diplomazia in politica e della solidarietà sociale, difensore degli schiavi, tutore dei vinti. In effetti, Adriano visitò l’impero in lungo e in largo come oggi fa solo il Papa. Era un grande, appassionato viaggiatore. Ma la vicinanza di Adriano all’epoca appena trascorsa è ancora più grande nei lati oscuri, tragici della sua personalità politica. La spietata repressione antigiudaica, ad esempio, sconfinò in quello che possiamo considerare il primo olocausto ebraico. Dopo che la rivolta di Bar Kochba fu repressa nel sangue, con 580.000 ebrei uccisi, 50 città rase al suolo e 985 villaggi distrutti, il buon imperatore proibì la Torah, soppresse il calendario giudaico e condannò a morte gli studiosi delle scritture. I rotoli sacri furono bruciati nel Tempio e Gerusalemme prese il nome di Aelia Capitolina. Fu proibito l’ingresso in città a chi fosse di razza giudea. Certo, i ribelli di Bar Kochba erano animati, nel loro separatismo etnico e nel loro integralismo monoteistico, da uno animus fanatico che contrastava con i valori di tolleranza universale professati e promossi dall’imperatore che costruì il Pantheon. Ma la tolleranza, se è universale, non dovrebbe esercitarsi anche sugli intolleranti? Gli antichi si posero questo interrogativo, ma la voce della propaganda, come quasi sempre nella storia, prevalse. Adriano fu il più crudele dei persecutori degli ebrei. Suo nipote Marco Aurelio, come ha mostrato Renan, fu il primo grande persecutore dei cristiani. Entrambi sono stati esaltati dalla storiografia come imperatori filosofi. Almeno questa è una verità, che dovrebbe farci riflettere.
LA STAMPA
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Va all'asta la chitarra piu' celebre della storia del rock: quella che Jimi Hendrix brucio' sul palco di un concerto a Londra nel 1967. Nel mezzo di un'esibizione al Finsbury Astoria, il chitarrista verso' benzina sulla sua Fender Stratocaster del 1965 e le diede fuoco mentre la folla impazziva davanti a lui. Hendrix si procuro' delle lievi ustioni alle mani e la chitarra fu solo lievemente danneggiata. Lo staff di Hendrix la recupero' e la consegno' al suo addetto stampa, Tony Garland, che la conservo' nel garage dei genitori dove fu dimenticata. L'anno scorso un nipote di Garland la tiro' fuori dal mucchio di robaccia che si era ammassata nel garage e capi' di aver messo le mani su un tesoro. La Fender sara' messa all'asta dal Fame Bureau di Londra con un prezzo di partenza di 500mila sterline (circa 700mila euro) insieme ad altri cimeli come un taccuino sul quale Jim Morrison scriveva poesie. In realta' quella data alle fiamme al Finsbury Astoria non e' l'unica bruciata sul palco da Hendrix che ripete' il numero pochi mesi piu' tardi, ma e' la sola ad essere rimasta quasi intatta. La chitarra suonata da Hendrix a Woodstock e' stata battuta qualche tempo fa per quasi un milione e mezzo di euro.
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"Sono attratto dalle donne che hanno una forte personalità, che mettono l'essere sexy in secondo piano. Ce ne sono tante in politica che più sento parlare più trovo eccitanti". Così Rocco Siffredi, ex attore porno, confessa a 'Chi', la sua 'passione' per la politica. "Le donne del partito di Berlusconi sono quasi tutte portate a scatenare la mia immaginazione. Tutte le donne che lo accompagnano - sottolinea Siffredi - mi danno l'idea di essere portate per un'attività sessuale frenetica e divertente". Il regista e produttore di film hard stila la sua personale classifica: "Quella che oggi mi ispira di più è Michela Vittoria Brambilla, una da mettere al centro dell'attenzione, una gatta che se ne fa fare di tutti i colori. E poi è rossa, ha la pelle bianca. Ah, e a proposito di rosse - aggiunge - c'è la Gruber che ha sempre fatto parte dei miei sogni erotici, lei la vedo molto fetish". "Irene Pivetti, poi, sono anni che mi avvince, il massimo l'ha raggiunto quando si è rasata la testa, sembrava una disposta a tutto. Lei mi piaceva anche col foulard - spiega ancora l'ex attore porno - si capiva che non ce la faceva a reggere la parte dell'ingessatona. Però, la persona con cui proprio mi piacerebbe fare sesso, e senza tanti complimenti, è Daniela Santanchè". Infine sui suoi rapporti con gli esponenti della politica italiana, afferma: "Ho pranzato e cenato con sindaci di grandi città e con loro si è parlato sempre e solo di sesso e perversioni, ma non lo si è mai fatto".
quotidiano.net
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Leader nel mondo del design, seconda per esportazione di prodotti creativi, agli ultimi posti della classifica per competivita'. E' un'immagine dell'Italia in chiaroscuro quella che emerge dal quinto rapporto di Federculture che associa aziende di servizio pubblico locale, soggetti pubblici e privati, regioni e enti locali che hanno responsabilita' di programmazione e gestione su cultura, turismo, sport e tempo libero. Dal rapporto che fornisce un quadro dettagliato dello stato della cultura del Pese, intitolato "Crativita' e produzione culturale - un paese in declino e progresso", emerge che il supporto alla crativita' e' scarso soprattutto rispetto gli altri paesi europei; cresce la spesa delle famiglie italiane per la cultura; scendono gli investimenti mentre si annunciano nuovi tagli all'impegno finanziario dello Stato. E' un' Italia che lancia segnali contraddittori, divisa fra desiderio di cultura e immobilismo. Il Paese scopre di essere leader nel mondo del design , secondo alla Cina per esportazione di prodotti creativi con un valore di scambi che nel 2005 e' stato pari a 28.000 milioni di dollari, volume aumentato rispetto al 2000 del 5,9%. Ma secondo l'ultima graduatoria del World Ecomic Forum, siamo scivolati al 46esimo posto nella classifica per competitivita'. L'Italia, secondo Federculture, sconta una visione della cultura identificata troppo spesso alla conservazione del patrimonio artistico considerandola una spesa e non un investimento che al contrario, potrebbe essere fattore di rilancio per l'economia. Eppure gli italiani "chiedono" cultura: nel 2007, la domanda da parte delle famiglie non si e' arrestata mantenendosi su un trend positivo che dura da diversi anni: dal 1997 al 2007, la frequentazione del teatro e' aumentata del 23,5% nonostante la forte impennata dei prezzi. Nel 2007, il totale della spesa in cultura delle famiglie e' stata pari a 61,5 miliardi di euro con un incremento del 2,3% rispetto al 2006. La voce cultura ha inciso per il 6,83% sul totale della spesa familiare. Il trend positivo interessa soprattutto il teatro che ha registrato un incremento di pubblico del 7,66%, tendenza che riguarda anche i concerti i cui frequentatori sono aumentati del 17,36%. In generale, tutto il settore dello spettacolo dal vivo registra una variazione positiva: pubblico +10,7%, spesa +11, 28%. La frequentazione di mostre e musei interessa soprattutto gli abitanti del Trentino Alto Adige, i veneti e i valdostani mentre al Sud nonostante regioni come Campania e Sicilia abbiano investito molto in cultura, la presenza del pubblico e' piuttosto scarsa. Secondo Federculture, negli ultimi anni si e' consolidata una forte domanda da parte dei cittadini e dei turisti disposti a spendere per acquistare un prodotto culturale e l'offerta si e' mostrata dinamica grazie all'iniziativa degli Enti locali. La tendenza rischia pero' di invertirsi davanti alla carenza di risorse seppure "il bilancio del Ministero dei Beni e le Attivita' Culturali nel 2007 e' tornato a salire, passando da 1,86 miliardi di euro a 1,98. Ma il Mibac rimane il fanalino di coda rispetto agli altri ministeri la cui crescita e' stata pari al 6,9%. In particolare - spiega Federculture - desta preoccupazione la prospettata serie di tagli che sottraggono ai beni culturali circa 900 milioni di euro se si considera il triennio 2009/2011 ai quali bisogna aggiungere i 150 milioni distolti dai fondi per la tutela del paesaggio e da accantonamenti di bilancio per finanziare i mancati introiti Ici. Secondo Roberto Grossi, segretario generale di Federculture e curatore del rapporto, "fra gli italiani c'e' voglia di cultura e di spettacolo ma siamo preoccupati della caduta dell'investimento pubblico e questo vuol dire che non si considera ancora la cultura stessa come un vero e proprio investimento". "Con Federculture - ha detto il Ministro Sandro Bondi intervenuto alla presentazione del rapporto in occasione della XV Assemblea Generale della federazione - si indica una linea che condivido e cioe', quella della collaborazione fra Stato, Governo, Ministero dei Beni Culturali, imprese private, fondazioni bancarie e enti locali. E' una strada densa di aspetti positivi - ha aggiunto - abbiamo gia' molte esperienze in questo senso e un esempio viene dal Piemonte dove una settimana fa ho firmato un atto con la regione e le fondazioni bancarie per la Reggia di Venaria. Ieri ho annunciato alla Villa Reale di Monza, la possibilita' di un accordo con lo strumento del consorzio attraverso il Ministero, Regione Lombardia e Comune di Monza, per il completamento dei restauri della villa, la sua gestione e quella del Parco. Ritengo che questa sia la strada giusta per una migliore gestione e valorizzazione dei Beni Culturali". Il Ministro ha detto che "occorre lavorare indipendentemente dalle divisioni politiche perche' bisogna guardare al futuro altrimenti si rischia di rimanere un Paese che vive sulla memoria e sull'orgoglio del suo passato dimenticandosi del presente e del futuro rischiando il declino. Quando un paese industriale come il nostro cresce sempre di meno, si avvia al declino, non c'e' scampo. Non parlo solo come ministro della Cultura - ha spiegato Bondi - ma come componente di una classe dirigente che ha la consapevolezza di questo. Un paese che non investe e scommette sulla cultura non ha futuro. Faro' di tutto per farlo capire alla classe politica - ha sottolineato - ho il compito di tutelare il patrimonio del passato che e' un dovere e per questo ci vogliono risorse e mezzi. Ma serve anche promuovere nuova attivita' culturale per lasciare alla nuove generazioni un segno, altrimenti la nostra cultura si inaridisce".(AGI)
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