| L'ITALIA DICE "NO" ALLE ENERGIE RINNOVABILI |
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Alle due della notte di mercoledì, quando ormai tutto sembrava fatto, è arrivato un fax e l’intesa è saltata. L’Italia, ha comunicato il rappresentante del Consiglio (cioè dei governi) a Commissione e Parlamento, non poteva accettare il testo di compromesso della direttiva per lo sviluppo delle energie rinnovabili nell’ambito del pacchetto clima. Semplice il motivo: Roma vuole una clausola di revisione al 2014, ovvero chiede di avere facoltà di ridiscutere l’impegno di ricorrere alle fonti alternative per produrre il 20% dell’energia continentale nel 2020 (il target per noi è del 17%). La riunione è stata sospesa sul punteggio di ventisei a uno nel disappunto generale, ma la mediazione non è ancora conclusa. Il tempo stringe. Fra una settimana si riunisce il vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue, determinato a trovare una quadra sul pacchetto clima, in un modo che non scontenti nessuno e tenga alte le ambizioni di tutti, soprattutto in vista della Conferenza di Copenhagen (la nuova Kyoto) dell’anno prossimo. Il pacchetto delle emissioni auto, che procede su un binario parallelo, è chiuso. Sui cardini principali della strategia contro i gas serra - settori industriali e borsa delle emissioni; comparti non industriali; cattura e stoccaggio di CO2 - il negoziato avanza sui nodi tecnici e si pensa che si riuscirà a chiudere. Le fonti rinnovabili sono invece bloccate dal nostro veto. Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, non intende mollare. Ammette che «si sono fatti dei passi avanti» eppure riafferma che, «se ci sarà un "no" su tutto», l’Italia non darà l’assenso al pacchetto. L’esponente del governo giura che l’intenzione non è quella di far saltare il progetto. Si tratta però di «garantire che le nostre esigenze siano riconosciute», a partire dall’inserimento nei settori industriali che avranno accesso gratuito ai permessi di emissioni nella Borsa dei diritti ad inquinare, di comparti strategici quali carta, vetro e ceramica. Roma vuole anche che, nel computo dei crediti di CO2, siano considerati anche quelli derivanti dai progetti avviati fuori dai confini nazionali. E auspica più flessibilità per il termoelettrico con un’introduzione graduale dei permessi a pagamento e con quote gratuite decrescenti dal 2013 al 2020. Altro paletto irremovibile, secondo la Prestigiacomo, la rivalutazione generale degli impegni all’indomani del vertice sul Clima di Copenhagen. Qualora il summit fallisse, ha spiegato, «sarebbe doveroso ragionare nuovamente su tutti gli impegni assunti a livello europeo». Questo passaggio, alla stregua della clausola di revisione al 2014 per le rinnovabili, è considerato una priorità «irrinunciabile». «Respingiamo le accuse che ci sono rivolte - ha detto il ministro verde - non è vero che proteggiamo gli interessi di qualcuno, se non quelli del paese. Vogliamo verificare gli obiettivi. Non è una richiesta scandalosa». Fallirà il summit? «Spero di no» dice la Prestigiacomo che, comunque, considera l’ipotesi di «uno spacchettamento del pacchetto»,un accordo parziale che «mantenga in equilibrio i costi e eviti una delocalizzazione dell’industria verso paesi più permissivi». Lo stop sulle rinnovabili ha irritato parecchi spiriti. Il relatore del parlamento europeo Claude Turmes (Verdi) ha affermato di non capire le motivazioni italiane e l’atteggiamento «poco ragionevole» di un paese che potrebbe essere forte per ragioni naturali proprio nel settore. Spazientito il presidente di turno del Consiglio Ambiente, il francese Borloo: «Non bisogna consentire che un solo paese renda impossibile l’accordo». Legambiente etichetta la posizione italiana come «vergognosa e scellerata». Diatribe negoziali? Venerdì prossimo vedremo. (lastampa) |
Prestigiacomo a Bruxelles: "Difendiamo i nostri interessi"







