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Addio a Bruno Contrada, il caso che divise l’Italia tra Stato e mafia
L'ex capo della Mobile di Palermo negli anni della guerra di mafia, passò ai servizi segreti civili. Nel 1992 venne arrestato con l’accusa di aver favorito Cosa Nostra.
Si chiude con la morte di Bruno Contrada, scomparso ieri sera a 94 anni, un capitolo che per oltre trent’anni ha attraversato tribunali, servizi segreti e memoria civile del Paese.
Palermo, gli anni della guerra di mafia, le stanze più opache dello Stato e una delle vicende giudiziarie più controverse della storia italiana recente.
Ex alto funzionario di polizia e numero tre del Sisde, il servizio segreto civile, Contrada fu protagonista – e allo stesso tempo simbolo – delle zone più grigie di quella stagione segnata da stragi, pentiti e grandi inchieste antimafia.
Arrestato nel 1992, nel pieno della stagione delle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui Gaspare Mutolo, venne accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Dopo un lungo percorso processuale arrivò la condanna definitiva: dieci anni di carcere, otto dei quali scontati. Ma la sua storia giudiziaria non si fermò lì. Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì che quella condanna non potesse produrre effetti penali, ritenendo che il reato di concorso esterno non fosse giuridicamente chiaro e prevedibile all’epoca dei fatti contestati.
Da quel pronunciamento si aprì un nuovo capitolo di ricorsi e battaglie giudiziarie, anche sul fronte del risarcimento per l’ex funzionario. Contrada, fino all’ultimo, ha sempre respinto ogni accusa sostenendo di aver combattuto la mafia per tutta la sua carriera nelle istituzioni.
Con la sua morte si chiude una vicenda che ha segnato profondamente il rapporto tra giustizia, apparati dello Stato e lotta a Cosa nostra. I funerali si terranno sabato a Palermo.