Attualità

Rete Lampedusa, per cambiare il racconto delle migrazioni

Presentata a Catania Rete Lampedusa, un progetto voluto da Pietro Bartolo per promuovere accoglienza, inclusione e migrazione legale.

di floriana garofalo -

Oltre 50.000 sono i morti contati da Pietro Bartolo durante il suo lavoro di medico a Lampedusa, tra cui 3.500 bambini, vittime di viaggi interminabili nel tentativo di raggiungere la terraferma. Donne, uomini e bambini che sfidano la sorte in un mare che, il più delle volte, non lascia scampo.

Da questa consapevolezza nasce Rete Lampedusa, presentata a Catania: una rete che mette insieme realtà già presenti sul territorio per agire e raccontare la migrazione in modo diverso.

Dopo trent’anni non si può più parlare di un fenomeno emergenziale, ma di un fenomeno strutturale. Rete Lampedusa si pone obiettivi precisi: diffondere la cultura dell’accoglienza, contrastare ogni forma di discriminazione e promuovere una migrazione legale, per evitare le sofferenze e le torture che i migranti affrontano durante il viaggio per arrivare anche a Lampedusa.

Durante l’incontro, Bartolo ha raccontato ciò che ha visto dall’inizio della sua professione: donne sottoposte a torture, trattamenti ormonali forzati, ragazzini torturati vivi. È la cosiddetta malattia del gommone.

L’obiettivo è intervenire affinché il mare non restituisca più morti, ma torni a essere la fonte di sostentamento che è sempre stata per le popolazioni.

Rete Lampedusa agisce in tre ambiti – sinergie filantropiche, percorsi di comunità e solidarietà internazionale – per trasformare visioni condivise in azioni concrete.