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Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, 41 anni fa l’agguato mafioso

Il loro lavoro fu determinante per il Maxiprocesso e per le indagini contro Cosa nostra

di Sergio Randazzo -

Il 6 agosto 1985 la mafia colpì al cuore la Squadra Mobile di Palermo, assassinando il vicequestore aggiunto Antonino “Ninni” Cassarà e l’agente della scorta Roberto Antiochia davanti all’abitazione del dirigente di polizia, in via Croce Rossa. A distanza di 41 anni, il loro sacrificio resta uno dei simboli della lotta dello Stato contro Cosa nostra.

Tra i più stretti collaboratori del giudice Giovanni Falcone, Cassarà era considerato uno dei più preparati investigatori della Polizia di Stato. Il suo lavoro a supporto del pool antimafia contribuì in maniera decisiva a ricostruire gli assetti di Cosa nostra dopo la seconda guerra di mafia e ad accertare l’ascesa del gruppo dei corleonesi guidato da Totò Riina, Bernardo Provenzano e Luciano Liggio.

Le informazioni raccolte dal vicequestore sarebbero poi confluite nel patrimonio investigativo che consentì l’avvio del Maxiprocesso contro Cosa nostra, celebrato nel 1986.

Cassarà era inoltre impegnato nelle indagini della Pizza Connection, la maxi inchiesta internazionale coordinata dal pool antimafia insieme all’FBI e alla polizia italiana per smantellare il traffico di droga tra Sicilia e Stati Uniti.

Pochi giorni prima del suo assassinio, il 28 luglio 1985, Cosa nostra aveva già eliminato il commissario Giuseppe Montana, altro protagonista delle indagini antimafia e stretto collaboratore del vicequestore.

Nel pomeriggio del 6 agosto 1985, intorno alle 14.30, Cassarà stava rientrando nella propria abitazione quando un commando mafioso aprì il fuoco da un edificio di fronte.

Il vicequestore e l’agente Roberto Antiochia, che faceva parte della sua scorta, furono uccisi sul colpo. L’altro agente di scorta, Natale Mondo, riuscì invece a salvarsi riparandosi sotto l’auto di servizio. Mondo verrà poi assassinato dalla mafia il 14 gennaio 1988.

L’omicidio di Ninni Cassarà rappresentò uno dei momenti più drammatici dell’offensiva di Cosa nostra contro magistrati e investigatori impegnati nella lotta alla mafia negli anni Ottanta.

Il suo lavoro investigativo, insieme a quello di Falcone, Borsellino e degli uomini della Squadra Mobile di Palermo, contribuì a costruire le basi del Maxiprocesso e a cambiare per sempre il contrasto alla criminalità organizzata.