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Lavoro e stipendi: il flop della Sicilia nei dati CGIA
Al Nord si lavora quasi un mese in più all’anno rispetto al Mezzogiorno e si guadagna oltre il 36% in più. È la fotografia scattata dall'ultimo report dell'Ufficio Studi della CGIA di Mestre, che mette a nudo gli squilibri strutturali dell'economia italiana. Ma a preoccupare è soprattutto il dato della Sicilia, dove alla bassa produttività nominale e alle buste paga stracciate si somma l'ombra gigante del lavoro nero e della precarietà stagionale.
Mentre dal Governo centrale si continuano a rivendicare dati record sull’occupazione e sulla tenuta dell’economia, la realtà quotidiana raccontata dai numeri ufficiali restituisce un’Italia spaccata a metà, con una Sicilia che scivola sempre più in basso nei coefficienti di ricchezza e stabilità lavorativa. A certificarlo sono i dati pubblicati dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre. Nell’Isola la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti del settore privato si ferma ad appena 17.735 euro, contro una media nazionale di quasi 24.500 euro e i circa 30.400 euro della Lombardia. In termini giornalieri, un lavoratore siciliano porta a casa in media 77,97 euro al giorno, contro i 117 euro di un collega lombardo.
Andando nel dettaglio provinciale, la classifica è impietosa. Nessuna provincia siciliana riesce ad avvicinarsi alla media nazionale. Se Catania e Palermo galleggiano oltre i 18 mila euro annui, la coda della graduatoria vede realtà ad alta vocazione agricola e turistica soffrire malamente: Ragusa si attesta al centesimo posto nazionale con soli 16.115 euro annui, superata in negativo solo da Agrigento e Trapani, terzultima in Italia con meno di 15.500 euro. Ma perché questo gap sulle giornate lavorate? Se al Nord si lavorano in media 255 giorni all’anno, in Sicilia la media scende a circa 227 giornate. Un dato che la CGIA spiega non certo con la mancanza di voglia di lavorare, ma con tre elementi chiave: l’esplosione dei contratti a termine, il part-time involontario e la piaga del lavoro nero. Nelle campagne, nei cantieri e nel comparto turistico-alberghiero stagionale, migliaia di ore lavorate non vengono mai registrate ufficialmente. Un sommerso sistemico che falsa le statistiche, riduce la produttività ufficiale censita dall’Istat, che in Sicilia è inferiore del 17,8% rispetto alla media nazionale, e lascia migliaia di lavoratori senza tutele, contributi e dignità salariale.
I dati evidenziano anche l’inefficacia delle ricette finora adottate. Mentre la politica si accapiglia sul salario minimo o sbandiera percentuali di occupati che spesso nascondono contratti da pochi giorni o poche ore al mese, l’inflazione continua ad erodere i carrelli della spesa e il potere d’acquisto dei ceti medi e popolari. La ricetta proposta dagli analisti guarda alla stabilizzazione dei contratti precari e a una spinta decisa sulla contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale, per legare gli stipendi alla produttività e ridistribuire ricchezza. Ma senza un piano strutturale per combattere l’evasione contributiva e il lavoro irregolare, e in assenza di un tessuto industriale capace di attirare investimenti e figure ad alta qualifica, per la Sicilia il rischio è che la narrazione della ripresa resti confinata ai palazzi della politica, mentre nelle tasche dei cittadini continua a registrarsi la crisi.