Attualità
Case protette, parla una responsabile: “Non è un albergo”
L'opportunità si cela dietro un percorso travagliato
Cosa sappiamo delle case protette che si attivano in alcuni casi di violenza di genere? Se pensiamo che si solo un luogo da cui proteggersi da uomini, fidanzati o padri violenti, poco e nulla. Perché queste strutture dislocate un po’ ovunque sono l’inizio di un travagliato e certamente doloroso percorso per le vittime. Dunque l’ingresso non costituisce l’arrivo ma l’inizio. A spiegarci questo, entrando nei dettagli e facendoci capire le mille problematiche che si intrecciano è una criminologa e responsabile di una di queste strutture.
Innanzitutto, l’accesso viene garantito a donne che magari non hanno la possibilità di contare su familiari e solo per casi estremi. Il percorso che prevede il trasferimento in altre città, può durare sei mesi così come anni anche perché spesso segue anni di maltrattamenti o di eventi che hanno segnato nel profondo la vittima, spesso anche madre.
Regole ferree, come ad esempio quelle legate all’uso del cellulare e social, volte a garantire la sicurezza di tutte le utenti e spesso dei figli spesso causano contrasti e vengono mal digerite dalle donne stesse e con gli operatori che certe volte fanno fatica a guidare le vittime.