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Case protette, parla una responsabile: “Non è un albergo”

L'opportunità si cela dietro un percorso travagliato

di valentina di rosa -

Cosa sappiamo delle case protette che si attivano in alcuni casi di violenza di genere? Se pensiamo che si solo un luogo da cui proteggersi da uomini, fidanzati o padri violenti, poco e nulla. Perché queste strutture dislocate un po’ ovunque sono l’inizio di un travagliato e certamente doloroso percorso per le vittime. Dunque l’ingresso non costituisce l’arrivo ma l’inizio. A spiegarci questo, entrando nei dettagli e facendoci capire le mille problematiche che si intrecciano è una criminologa e responsabile di una di queste strutture.

Innanzitutto, l’accesso viene garantito a donne che magari non hanno la possibilità di contare su familiari e solo per casi estremi. Il percorso che prevede il trasferimento in altre città, può durare sei mesi così come anni anche perché spesso segue anni di maltrattamenti o di eventi che hanno segnato nel profondo la vittima, spesso anche madre.

Regole ferree, come ad esempio quelle legate all’uso del cellulare e social, volte a garantire la sicurezza di tutte le utenti e spesso dei figli spesso causano contrasti e vengono mal digerite dalle donne stesse e con gli operatori che certe volte fanno fatica a guidare le vittime.