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CGIA: Ragusa in fondo alla classifica per l’Irpef versata

Pressione fiscale in aumento in Italia, ma la mappa dei redditi e delle tasse fotografa un Paese profondamente spaccato a metà. Secondo un'analisi dell'Ufficio Studi della CGIA di Mestre, la provincia di Ragusa si posiziona al penultimo posto in Italia per l'Irpef media versata. Un dato che racconta, più che un vantaggio fiscale, la fragilità dei salari e dei redditi locali

di Chiara Scucces -

Il peso delle tasse torna a salire in Italia. Nel 2026 la pressione fiscale si attesta al 43%, registrando il dato più alto degli ultimi dieci anni. Un aumento spinto sia dalle correzioni contabili sui bonus in busta paga, sia dalle maggiori entrate derivanti dai nuovi occupati e dai prelievi straordinari su banche e grandi imprese. Ma a guardare la mappa elaborata dall’Ufficio Studi della CGIA su dati del Ministero dell’Economia, il Paese appare spaccato in due: se nei grandi hub del Nord come Milano si superano i 9.000 euro di Irpef media a contribuente, nel Mezzogiorno la situazione si ribalta radicalmente.  E la provincia di Ragusa recita un ruolo di maglia nera, posizionandosi al penultimo posto in Italia per gettito Irpef pro capite. Nel territorio ibleo ogni cittadino versa all’erario in media appena 3.689 euro all’anno, a fronte di una media nazionale di quasi 5.800 euro.   Una cifra che non fotografa un “privilegio”, ma la fotografia esatta dei bassi redditi locali: la media provinciale dichiarata si ferma a circa 18.280 euro annui.   A reggere il sistema economico e fiscale ibleo sono i 213 mila contribuenti totali: un vero e proprio esercito di lavoratori dipendenti (oltre 124 mila)  e pensionati (oltre 63 mila); una platea a cui si aggiungono circa 8000 lavoratori autonomi classici, mentre restano esclusi da questa specifica statistica i contribuenti in regime forfettario e le grandi società di capitale, che seguono canali fiscali differenti. Numeri che inchiodano il territorio a una riflessione amara: a Ragusa le tasse si pagano poco non perché ci siano sconti o agevolazioni di favore, ma perché la ricchezza prodotta e i salari restano inchiodati sul fondo della classifica italiana. Un divario strutturale che le politiche fiscali nazionali, da sole, continuano a non riuscire a colmare.