Attualità
Giuseppe Di Matteo, la memoria che rompe l’omertà
Giuseppe Di Matteo, il bambino ucciso per piegare un padre che aveva scelto di collaborare con la giustizia
Nel silenzio carico di memoria del Giardino della Memoria, a San Giuseppe Jato, il tempo sembra essersi fermato. È qui, nel casolare-bunker di contrada Giambascio confiscato alla mafia, che l’11 gennaio del 1996 venne ucciso e sciolto nell’acido Giuseppe Di Matteo, appena quattordicenne, dopo un sequestro durato 779 giorni. Un luogo simbolo di uno degli orrori più efferati della storia mafiosa, tornato oggi a essere spazio di riflessione e impegno civile.
Alla commemorazione hanno preso parte, tra gli altri, la presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo e il prefetto di Palermo Massimo Mariani. Un momento intenso, segnato da parole che hanno chiamato in causa non solo il passato, ma soprattutto il presente e il futuro.
«Dove c’è omertà la mafia non può essere definitivamente sconfitta», ha sottolineato il sindaco di San Giuseppe Jato, Giuseppe Siviglia, ribadendo l’importanza del lavoro con le nuove generazioni e del ruolo della scuola nella diffusione della cultura della legalità. «Dopo l’efferato omicidio di Giuseppe Di Matteo – ha aggiunto – c’è stata una vera rivoluzione culturale. Da quel momento tutto è cambiato. La mafia non è stata annientata, ma non ha più la potenza di una volta». Il primo cittadino ha poi lanciato un monito contro quella che ha definito la “zona grigia”: «Chi si gira dall’altra parte, chi non collabora con le istituzioni, rappresenta un pericolo reale».
A dare voce al dolore mai sopito della famiglia è stato Nicola Di Matteo, fratello di Giuseppe. «Sono passati trent’anni, ma per noi non sono mai trascorsi. È sempre lo stesso giorno – ha detto –. Per tutta la vita ci porteremo questo dolore». L’ultimo ricordo del fratello è legato a un momento di normalità spezzata: «Il giorno prima del rapimento era il mio compleanno, lo abbiamo festeggiato insieme». Poi parole nette, senza possibilità di appello: «Quello che hanno fatto a mio fratello è imperdonabile».
Giuseppe Di Matteo, il bambino ucciso per piegare un padre che aveva scelto di collaborare con la giustizia, resta oggi il simbolo di una ferita profonda ma anche di una coscienza collettiva che si è risvegliata. Ricordarlo, come è stato ribadito nel casolare di Giambascio, non è solo un dovere della memoria, ma un impegno quotidiano contro ogni forma di silenzio e indifferenza.