Attualità
La cassaforte globale di Matteo Messina Denaro
L’inchiesta sul tesoro di Matteo Messina Denaro racconta quarant’anni di traffico di droga trasformata in finanza globale
Quarant’anni di traffico di droga. Quarant’anni di soldi accumulati e poi ripuliti tra paradisi fiscali, resort di lusso e società offshore.
È questo il cuore della maxi operazione della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che ha portato a tre arresti e al sequestro di beni per oltre 200 milioni di euro.
Per gli investigatori, è una parte della cassaforte di Matteo Messina Denaro. In carcere finisce Giacomo Tamburello, 65 anni, di Campobello di Mazara. Con lui il figlio Luca e l’ex moglie Maria Antonina Bruno, rintracciati in Spagna. Per la Procura sarebbero stati i custodi e i gestori di un patrimonio immenso, accumulato grazie ai traffici internazionali di hashish e marijuana avviati già dagli anni Ottanta.
Le carte raccontano numeri impressionanti. Solo negli anni Novanta, operazioni da migliaia di chili di hashish sulle rotte tra Marocco, Spagna, Svizzera e Italia. Un flusso continuo di denaro che, secondo le dichiarazioni di nuovi collaboratori di giustizia garantiva al mandamento di Castelvetrano una quota fissa del 10 per cento su ogni affare.
Non pizzo. Percentuale societaria. Un patto stabile tra narcotraffico e vertice mafioso. Ma la vera svolta, secondo i magistrati, è nel modo in cui quei soldi vengono gestiti. Qui entra in scena Luca Tamburello. Non un gregario. Ma il volto finanziario del sistema. Studi in discipline bancarie nelle migliori università, esperienze finanziarie internazionali, competenze tecniche che – secondo l’accusa – sarebbero state decisive per costruire una rete sofisticata di società estere, fondi patrimoniali e investimenti.
Conti in Lussemburgo. Rapporti ad Andorra. Società alle Isole Cayman. Oltre 12 chili. Ventidue immobili di pregio nella Costa del Sol in Spagna. Partecipazioni in un istituto di credito libanese. Una mafia finanziaria globale. L’indagine parte nel 2023 da una segnalazione arrivata da Andorra. Da lì gli investigatori ricostruiscono un sistema mondiale di riciclaggio che attraversa Europa e Caraibi.
E mentre si scava nel patrimonio, riemergono anche figure chiave dell’entourage storico del boss. Tra queste l’avvocato Antonio Messina, indicato come il “Solimano” nei pizzini di Messina Denaro, ritenuto dagli inquirenti uno dei riferimenti nella gestione della cassa mafiosa utilizzata anche per sostenere la lunga latitanza.
L’operazione di ieri arriva pochi giorni dopo le perquisizioni a Campobello di Mazara, nello studio legale di un’avvocata deceduta nel 2015. La legale aveva assistito Messina Denaro in alcuni processi, ma secondo gli investigatori sarebbe stata anche amante e custode di segreti del boss.
Le indagini sulla rete di Messina Denaro, che vanno avanti da 3 anni e mezzo, si allargano sempre di più.
L’obiettivo è chiaro: non solo colpire chi ha coperto la latitanza del boss.
Ma ricostruire, euro dopo euro, chi negli ultimi decenni ha nascosto, fatto fruttare e protetto il tesoro della droga e di Matteo Messina Denaro.
Un tesoro enorme, sparso in giro per il mondo.