Palermo

Schifani “Decuffarizza” la Giunta ma la crisi è aperta

La Dc conferma il sostegno all’esecutivo

di Piero Messina -

C’eravamo tanto amati. Totò Cuffaro, l’ex governatore tornato in campo come leader della nuova Democrazia Cristiana, è stato – fino a ieri – l’alleato più fedele del presidente Renato Schifani. Un sodalizio politico che solo un mese fa, alla festa della Dc di Ribera, sembrava più saldo che mai. Oggi, di quell’idillio resta solo il ricordo.

Schifani ha deciso di chiudere il rapporto con Cuffaro e con il suo partito. Una rottura netta, arrivata dopo la richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla Procura di Palermo per l’ex senatore e per il capogruppo alla Regione. Un’alleanza diventata, all’improvviso, troppo scomoda. Ma il governo regionale deve andare avanti. Come, però, non è ancora chiaro. All’Ars incombe la legge di stabilità da due miliardi, e basta rivedere le ultime sedute – dove il voto segreto ha smontato la maggioranza – per capire che non sarà una passeggiata.

Mai come oggi, i due palazzi del potere siciliano – Palazzo d’Orléans e Sala d’Ercole – appaiono collegati da un filo diretto. Mentre l’opposizione scende in piazza per chiedere le dimissioni del governatore, a pochi metri di distanza, in aula, la Commissione Antimafia regionale presenta la sua relazione annuale. Tema centrale: non solo mafia, ma anche corruzione. Quella che, oggi più che mai, scuote i piani alti della politica siciliana.

E intanto, le decisioni sono arrivate. Schifani ha revocato le deleghe ai due assessori della Dc, Nuccia Albano e Andrea Messina. Via anche gli staff. Il presidente assume l’interim e nomina un nuovo capo di gabinetto all’assessorato della Famiglia: Patrizia Valenti. Un repulisti – lo ha definito lui stesso – «doveroso, per tutelare la legalità e il decoro delle istituzioni». Parole nette, ma la mossa rischia di aprire nuove crepe. Perché se da un lato il presidente prova a rilanciare l’immagine del governo, dall’altro la sua maggioranza scricchiola.

I deputati della Dc, pur confermando la lealtà, parlano di “incoerenza” e definiscono “immeritata” l’estromissione dei loro assessori. Il riferimento è agli assessori regionali sotto indagine.  Il  sostegno, insomma, che resta ma con il broncio. Nel frattempo, il fronte del centrodestra si interroga: la scelta di “decuffarizzare” la giunta può cambiare gli equilibri in Aula? E cosa farà Cateno De Luca, leader di “Sud chiama Nord”? Per ora annuncia: “Non basta. Domani diremo cosa serve davvero”.

Segno che la partita, a Sala d’Ercole, è tutt’altro che chiusa. Dall’opposizione, invece, la linea è una sola: Schifani deve dimettersi. Pd, 5 Stelle, Avs e Controcorrente parlano di “maquillage”, di un tentativo di salvare la faccia senza toccare il sistema di potere. «Rimuovere assessori e dirigenti non basta», scrivono, «la Sicilia va liberata da scandali e ruberie». Anche Italia Viva si unisce al coro: “Il presidente deve fare un passo indietro”. Schifani tira dritto. E parla di “atto dovuto, irrinunciabile e inevitabile”.

Schifani smentisce qualsiasi ipotesi di voto anticipato o di “modello Occhiuto”.Tiene per sé l’interim dei due assessorati almeno fino alla manovra di fine anno e rilancia: «Seguirò la finanziaria da vicino. Nessuna distrazione». Ma la crisi, ormai, è aperta. E se la Procura di Palermo continua a scavare tra imprenditori e funzionari, in attesa degli interrogatori di Cuffaro e Romano, la politica siciliana si ritrova in un clima da resa dei conti. Nel frattempo, i numeri di Bankitalia dicono che l’economia dell’isola cresce. Ma la domanda resta una: basteranno i dati del Pil a blindare un governo che traballa sulle sue stesse fondamenta? Da Palermo, è tutto. Per il resto – come direbbe qualcuno – la linea passa ai fatti.