Attualità

Le farmacie diventano presidi antiviolenza

Cresce il numero di donne che cercano aiuto nei presidi farmaceutici. Da Palermo a tutta la penisola, farmacisti a lezione di ascolto per intercettare le richieste di soccorso silenziose e proteggere chi non può parlare

di Pinella Rendo -

Un finto acquisto, uno sguardo prolungato, un codice convenzionale o, a volte, un pianto trattenuto mentre si chiede un semplice antidolorifico. In un’Italia che continua a fare i conti con la piaga drammatica della violenza di genere, le oltre 19.000 farmacie dislocate sul territorio nazionale stanno cambiando pelle: non più solo luoghi di dispensazione di medicinali, ma veri e propri avamposti di sicurezza, “porti di terra” in cui rifugiarsi quando le mura domestiche si trasformano in una prigione. L’ultimo segnale, in ordine di tempo, arriva da Palermo.

Si è concluso lo scorso fine settimana il convegno-corso “Parole non dette: la farmacia come luogo sicuro contro la violenza di genere”, un’iniziativa che testimonia un’esigenza ormai strutturale e nazionale: formare capillarmente i farmacisti affinché sappiano riconoscere i segnali del disagio, gestire la delicatissima fase del primo contatto e indirizzare le vittime verso la rete dei centri antiviolenza.

La dinamica è tristemente nota alle cronache e agli operatori sociali: molto spesso, gli uomini maltrattanti controllano in modo ossessivo ogni movimento delle loro partner. Grazie al “Progetto Mimosa”, l’iniziativa nazionale ideata dall’associazione ‘Farmaciste Insieme’ e sostenuta da Federfarma, le farmacie italiane hanno imparato a capitalizzare questo ridottissimo spazio di autonomia.

Tuttavia, la necessità di acquistare un farmaco o un prodotto per i figli resta una delle pochissime motivazioni per cui a queste donne viene concesso di uscire di casa da sole. È in quella manciata di minuti passati davanti al bancone che si gioca la possibilità di una svolta.