Attualità

Addio al Mulino Curiale. Il cemento cancella la memoria

Ragusa Prossima denuncia: «Non basta ricostruire la forma se si uccide l’identità storica della città»

di Pinella Rendo -

C’è un silenzio che fa più rumore delle ruspe: è quello che avvolge la demolizione del Mulino Curiale a Ragusa. Un pezzo di storia economica e sociale della città sta scomparendo sotto i colpi di un intervento che, secondo il movimento Ragusa Prossima, rappresenta una ferita insanabile per il patrimonio identitario del capoluogo. Dopo mesi di stallo, il cantiere è tornato a pieno regime, puntando dritto al cuore della struttura storica.

Quel complesso che dal 2012 era protetto dal vincolo della Soprintendenza non esiste più nella sua integrità originale. La motivazione ufficiale? Un deterioramento tale da rendere l’abbattimento l’unica strada percorribile. Ma è proprio su questo “perché” che si addensano le ombre più pesanti. Il Mulino Curiale non era solo un edificio: era la seconda realtà industriale più importante della città dopo la ex ABCD. Un esempio di archeologia industriale che, in un’area urbana periferica e in continua espansione, avrebbe potuto rappresentare un punto di riferimento culturale.

«Ci chiediamo come si sia potuti arrivare a questo punto», dichiarano i rappresentanti di Ragusa Prossima. «La struttura è stata lasciata morire: privata degli immobili adiacenti, scossa dalle vibrazioni dei cantieri limitrofi ed esposta alle intemperie senza alcun restauro conservativo». La promessa di una futura ricostruzione “nella forma originale” non convince: in architettura, l’autenticità dei materiali è l’anima del monumento; una copia moderna è solo un simulacro.

Eppure, un’alternativa c’era. Il consigliere Gianni Iurato aveva proposto di trasformare una parte del Mulino in un museo degli antichi macchinari per la molitura e la pasta. Un’idea che avrebbe salvato il passato trasformandolo in un’opportunità turistica e didattica per il futuro. Oggi, quella proposta appare tristemente inattuabile. Ciò che colpisce maggiormente è l’assenza di un dibattito pubblico.

Né l’Amministrazione Comunale né la Soprintendenza hanno sentito il dovere di spiegare alla città le ragioni tecniche e politiche che hanno portato alla cancellazione definitiva di questo sito. In un’epoca in cui le tendenze architettoniche globali puntano tutto sul riuso creativo delle fabbriche dismesse, Ragusa sembra andare controcorrente, preferendo la tabula rasa alla memoria. «Senza la memoria del passato non si può costruire il futuro», conclude la nota del movimento. Resta ora da capire se la città si accontenterà di un “finto antico” o se chiederà conto di un patrimonio che apparteneva a tutti e che, oggi, è diventato polvere.