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Centro storico, vetrine chiuse e degrado
Nuovo appello per salvare il cuore di Modica. E una domanda a tutti i modicani: non amate più la vostra città?
Vetrine chiuse, vetri sporchi, cartelloni strappati, saracinesche arrugginite. Il centro storico di Modica continua a perdere pezzi. E non è solo una questione economica: è una questione di immagine, di identità, di dignità urbana. L’interrogazione presentata in Consiglio comunale dal consigliere del Partito Democratico Giovanni Spadaro riaccende i riflettori sul tema del decoro delle vetrine e dei locali commerciali dismessi. Una richiesta chiara: adottare un’ordinanza o un regolamento che obblighi i proprietari alla pulizia e all’oscuramento decoroso degli immobili chiusi.
Un tema che, va ricordato, avevamo già sollevato come giornalisti e come cittadini diversi mesi fa. Allora la risposta dell’amministrazione era stata: “Ci stiamo lavorando”. Nel frattempo l’unica cosa che è cambiata è la quantità di saracinesche abbassate e le vetrine nel degrado. Passeggiando lungo il corso principale, la sensazione è quella di una desolazione crescente. E la domanda è inevitabile: che valore può avere un monumento straordinario se attorno c’è il vuoto? Che ricordo porterà con sé il turista che arriva a Modica e si trova davanti file di negozi chiusi e locali abbandonati?
Gli assessorati coinvolti, Centro Storico e Attività produttive, hanno avviato confronti e riunioni. Ma oggi l’impressione diffusa è che alle parole non siano seguiti atti concreti.
Il problema non riguarda solo la politica. È anche una questione collettiva. Ai modicani l’invito a tornare a vivere il centro, a riappropriarsi del corso. Agli imprenditori e ai proprietari degli immobili l’appello a riflettere: affitti fuori mercato e immobili lasciati nel degrado contribuiscono allo svuotamento. Il profitto è legittimo, ma il senso di responsabilità verso la città dovrebbe venire prima. Il centro storico non può diventare soltanto una sequenza di attività di ristorazione e vetrine spente. Serve una visione, servono regole, ma serve soprattutto una presa di coscienza collettiva.