Palermo
L’autista di Messina Denaro, chiesti 12 anni per Giovanni Luppino
La Procura generale punta sull’associazione mafiosa: “Ruolo chiave nella latitanza del boss”
Non sarebbe stato un semplice passaggio in auto, né un gesto di compassione verso un uomo malato. Per la Procura generale di Palermo, Giovanni Luppino è stato molto di più: un ingranaggio fondamentale nella latitanza di Matteo Messina Denaro. Per questo il sostituto procuratore generale Carlo Marzella ha chiesto la condanna a 12 anni di carcere per l’imprenditore di Campobello di Mazara.
La richiesta della Procura generale
La requisitoria segna un cambio di passo rispetto al primo grado. Il gup, infatti, aveva riqualificato l’originaria accusa di associazione mafiosa in favoreggiamento e procurata inosservanza di pena aggravati, condannando Luppino a 9 anni e 3 mesi. Ora la Procura generale torna a sostenere l’impianto accusatorio più grave: associazione mafiosa, o in subordine concorso esterno.
L’arresto con il boss
Luppino fu arrestato il 16 gennaio di tre anni fa, insieme al padrino, davanti alla clinica La Maddalena di Palermo, dove aveva accompagnato Messina Denaro per le sedute di chemioterapia. Nell’auto dell’imprenditore vennero trovati due cellulari spenti, una precauzione che secondo gli investigatori serviva a evitare intercettazioni. Ai carabinieri, Luppino raccontò di aver conosciuto quell’uomo solo da pochi mesi e di ignorarne la vera identità. “Mi ha chiesto un passaggio per Palermo”, disse. Una versione alla quale la Procura non ha mai creduto.
I 50 viaggi e le richieste di denaro
Con il tempo, le indagini hanno smontato l’ipotesi dell’incontro occasionale. I passaggi alla clinica non sarebbero stati uno o due, ma circa 50. Non solo: secondo gli inquirenti, Luppino avrebbe chiesto soldi ad altri imprenditori per conto del capomafia e, insieme ai figli – arrestati due anni fa – avrebbe curato spostamenti, traslochi e aspetti organizzativi della latitanza. Circostanze che hanno trovato riscontro anche in aula, grazie alle dichiarazioni di due testimoni, contribuendo a rafforzare la tesi dell’accusa.
La versione dell’imputato
Nel corso del processo, la versione di Luppino è cambiata. Davanti al gup ha raccontato che a presentargli Messina Denaro, nel 2020, come un presunto cugino bisognoso di cure, sarebbe stato Andrea Bonafede, il geometra che prestò l’identità al boss. L’uomo si sarebbe chiamato “Francesco Salsi” e solo in seguito Luppino ne avrebbe scoperto la vera identità. Da quel momento, ha spiegato, avrebbe continuato ad accompagnarlo per ragioni umanitarie, sapendo che era gravemente malato.
Il nodo dei figli
Per l’accusa, però, proprio il coinvolgimento dei figli nell’assistenza al latitante dimostra quanto fosse centrale il ruolo di Luppino nella rete di protezione del boss. Un ruolo che, secondo la Procura generale, va ben oltre la pietà umana e configura un contributo consapevole e stabile a Cosa nostra.