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Selinunte, tangenti e mafia dietro i lavori del porto
C’è anche il porticciolo di Selinunte al centro della maxi inchiesta della Dda di Palermo su appalti e presunte tangenti in Regione. Secondo gli investigatori, i lavori per rimuovere la posidonia sarebbero finiti in un sistema di favori e interessi mafiosi
Un problema ambientale che da anni blocca il porticciolo di Marinella di Selinunte, e manda in crisi i piccoli pescatori, sarebbe diventato un affare tra imprenditori, dirigenti pubblici e ambienti vicini alla mafia.
È uno dei capitoli più significativi dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che ha portato all’arresto del dirigente regionale Giancarlo Teresi e dell’imprenditore favarese Carmelo Vetro, già condannato per mafia, e che vede indagato anche l’ex europarlamentare ed ex dirigente regionale Salvatore Iacolino.
Le indagini della Squadra Mobile di Trapani e della DIA ricostruiscono un sistema di rapporti tra imprese, funzionari pubblici e soggetti legati alla criminalità organizzata attorno agli appalti per il dragaggio del porticciolo e lo smaltimento della posidonia e dei sedimenti del fondale.
Secondo l’accusa, attorno all’appalto da 200 mila euro si sarebbe sviluppato un sistema di “segnalazioni vincolanti”: Teresi avrebbe indicato alle imprese vincitrici a quali società affidare servizi e lavorazioni. Indicazioni che, di fatto, diventavano obbligatorie.
Il vero affare, secondo gli investigatori, non era tanto il dragaggio in sé, ma il trasporto e lo smaltimento dei sedimenti. È in questa fase che sarebbero entrate imprese riconducibili a Vetro, quindi in odor di mafia. Il tutto dietro pagamento di mazzette ai funzionari regionali coinvolti.
Le microcamere hanno documentato il passaggio di una busta con 1.500 euro negli uffici regionali, ritenuta una tranche di pagamento legata ai lavori di Selinunte
Per questa vicenda, sono indagati anche il fratello di Vetro, Salvatore, il cognato Antonino Lombardo, il funzionario regionale Francesco Mangiapane e l’imprenditore Giovanni Aveni.
I magistrati hanno scoperto che Aveni avrebbe informalmente subappaltato i lavori a una ditta intestata a Matteo Filardo: in realtà, riconducibile a Giovanni Filardo, in passato condannato per mafia e cugino di Matteo Messina Denaro.
Il caso del porto di Selinunte rappresenterebbe così uno degli esempi più evidenti di come un intervento pubblico nato per risolvere un problema ambientale possa trasformarsi in terreno di affari per imprese compiacenti e ambienti criminali.