Attualità
“Sicilia zona rossa: non chiamateli incidenti”
Non è solo una questione di numeri, ma di un sistema che considera il lavoro un costo da tagliare e non un valore da proteggere. A Casteldaccia, luogo simbolo della tragedia che due anni fa costò la vita a cinque operai, la CGIL Sicilia ha riunito istituzioni e sindacati per dire basta alla scia di sangue: 16 morti nell’Isola solo nei primi cinque mesi del 2026. “Bisogna cambiare il modo di fare impresa”, ha scandito Francesca Re David, segretaria confederale nazionale della CGIL. Per il sindacato, la radice del male sta nella giungla degli appalti e dei subappalti a cascata, dove la sicurezza viene sacrificata sull’altare del massimo ribasso. Un dolore che non trova pace, come nelle parole di Monica Garofalo, presidente dell’associazione vittime sul lavoro: “Due anni dopo, non sappiamo ancora come sia stato possibile. Chiediamo risposte concrete alle istituzioni, basta chiacchiere”, ha detto a nome delle famiglie dei cinque operai di Casteldaccia. La piattaforma rivendicativa è netta: servono almeno 300 ispettori per presidiare 400 mila imprese siciliane, un freno alle esternalizzazioni selvagge e interventi strutturali contro lo stress termico. Irregolare il 70% delle aziende controllate: un dato che, insieme all’alto tasso di lavoro nero, rende la Sicilia un territorio ad altissimo rischio. Il messaggio partito da Casteldaccia è un ultimatum: la prevenzione non è un lusso, ma un investimento obbligatorio. Perché nessuno debba più uscire di casa per lavorare senza avere la certezza di tornare dalla propria famiglia.